Prevenzione al maschile: è possibile ridurre il rischio delle patologie croniche che colpiscono di più gli uomini attraverso alimentazione e stile di vita?

Che uomini e donne siano diversi non è certo né una scoperta, né una novità. Tuttavia, è solo dagli anni Novanta che la medicina ha iniziato a studiare come e quanto il genere influenzi le malattie e le relative terapie.

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Esistono patologie croniche che colpiscono maggiormente il genere maschile, è il caso di patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, obesità, patologie del sistema gastrointestinale, steatosi epatica (fegato grasso) e alcuni tipi di tumore (colon, polmone, prostata). Pur molto diverse tra loro, tutte queste malattie hanno un comune denominatore: sono strettamente legate all’alimentazione e allo stile di vita, bastano quindi pochi semplici cambiamenti nelle proprie abitudini per ridurre, anche drasticamente, i relativi fattori di rischio.

Seppure in diminuzione, la cardiopatia coronarica e l’ictus restano molto frequenti e invalidanti: le malattie cardiovascolari continuano a essere la principale causa di morte, sia per gli uomini sia per le donne. La pressione arteriosa elevata è strettamente legata all’insorgenza di queste patologie, e corrette abitudini alimentari possono portare notevoli benefici a livello preventivo. Il dato preoccupante riguarda l’alto numero di persone che non sa di soffrire di ipertensione perché non tiene controllata la propria pressione arteriosa, pur trattandosi di un’operazione estremamente semplice e allo stesso tempo di massima importanza per valutare il rischio di malattia cardiovascolare.

Oggi sappiamo che prevenire l’ipertensione arteriosa è possibile, sia attraverso una corretta alimentazione, ricca di frutta e verdura e povera di grassi saturi e sale, sia con l’aumento dell’attività fisica, sia con un’adeguata terapia farmacologica.

In particolare, uno degli studi DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension) ha dimostrato lo stretto rapporto tra alimentazione e controllo della pressione arteriosa: è stato condotto su 459 pazienti, uomini e donne con un’età media di 46 anni e con valori di pressione arteriosa sistolica inferiori a 160 mmHg e arteriosa diastolica tra 80 e 95 mmHg. Nel confronto con una dieta di controllo, la popolazione che seguiva la dieta DASH, a base di alimenti poveri di grassi saturi, ricchi di fibre e sali minerali, ha evidenziato una riduzione della pressione arteriosa sistolica di 2,8 mmHg e di quella diastolica di 1,1 mmHg. Altri studi sono poi giunti alle stesse conclusioni.

Andrebbero quindi proposte queste semplici regole, in particolare a chi soffre di ipertensione arteriosa:

  • consumare ogni giorno 4-5 porzioni di frutta e verdura, pari circa a 300 grammi;
  • ogni settimana, assumere almeno due porzioni di pesce e di cibi ricchi di potassio (cavoli di bruxelles, carciofi, cavolfiore, barbabietole rosse, pomodori, banana, melone), legumi e vegetali a foglia verde;
  • evitare alimenti ricchi di grassi saturi (salumi e formaggi);
  • limitare il consumo di carni rosse.

Un’alta concentrazione di colesterolo nel sangue è un fattore di rischio importante per la cardiopatia coronarica e per le patologie cerebrovascolari, quindi una corretta alimentazione può davvero fare la differenza. Inoltre più la pressione arteriosa è alta, maggiore è il rischio di ictus e sono molti gli studi che lo confermano. Correggere quindi le proprie abitudini alimentari e limitare il consumo di alcol e sale, portando a un abbassamento della pressione riduce di conseguenza il rischio di ictus e malattie coronariche. Basterebbe una riduzione giornaliera di circa 3 g di sale, a livello di popolazione, per far calare del 22% l'incidenza di ictus e del 16% l'incidenza di malattie coronariche.

L’American Dietetic Association nel 2010 propone il documento The Evidence for Medical Nutrition Therapy for Type 1 and Type 2 Diabetes in Adults, in cui afferma che gli obiettivi primari della terapia medico nutrizionale per le persone con malattia cardiovascolare sono:

  • limitare i grassi saturi, i grassi trans e il colesterolo alimentare (presenti particolarmente in carni grasse, salumi, formaggi, dolci, snacks etc.)
  • aumentare il consumo di fibre, fitosteroli/fitostanoli (si trovano negli oli vegetali e, in piccole quantità, anche in frutta e verdura fresche, nel grano e nei legumi), acidi grassi omega-3 (nei pesci quali salmone, alici e dentice) e altri alimenti vegetali come noci e semi di lino.
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Con il termine “iperglicemia” si intende quella condizione in cui si riscontrano valori elevati di glicemia nel sangue a digiuno maggiore di 100 mg/dl. Per la diagnosi di diabete invece è sufficiente un valore di glicemia a digiuno >126 mg/dl confermato in almeno due giornate differenti.

Dalle indagini dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare/Hes (2008-12) emerge un dato significativo: nella popolazione di età compresa tra i 35 e i 74 anni sono rimasti invariati i valori medi della glicemia (101 mg/dl negli uomini e 94 mg/dl nelle donne), così come la prevalenza di diabete (circa 11% negli uomini e 8% nelle donne) e di iperglicemia (circa 10% negli uomini e 5% nelle donne). È migliorato il numero di persone diabetiche trattate in modo adeguato (con un incremento dall’11,3% al 20,8% nelle donne e dal 7,9% al 12,7% negli uomini) e si è ridotta in entrambi i sessi la prevalenza della sindrome metabolica (negli uomini dal 29,2% al 23,5% e nelle donne dal 29,6% al 18,5%). Si tratta quindi di dati incoraggianti.

Il diabete resta comunque leggermente più diffuso tra gli uomini, ma ciò che sorprende è che ben il 45,3% dei soggetti diabetici maschili non ha alcuna consapevolezza della malattia e il 26,5%, pur avendone consapevolezza, non esegue alcun trattamento. Mentre quello insulino-dipendente è scarsamente legato all'alimentazione, ma meno frequente, il diabete di tipo 2, non insulino-dipendente (NID), si associa a un peggior profilo lipidico, un peggior controllo dei valori di pressione arteriosa, più frequente sovrappeso e obesità, maggior rischio cardiovascolare e peggior prognosi dopo un evento cardiovascolare. In questo caso la dieta è fondamentale, visto che l’obesità ha un ruolo importante nell’insorgenza della malattia: tra i 20 e i 45 anni, chi ha un IMC superiore a 30 ha un rischio di 3,8 volte superiore di contrarre il diabete rispetto ai normopeso, mentre tra i 45 e i 75 anni il rischio relativo è di 2 volte superiore. Più nello specifico, il rischio aumenta progressivamente con l’aumentare del rapporto tra la circonferenza della vita e la circonferenza dei fianchi.

Le Linee guida per la diagnosi e la cura del diabete di tipo 2 raccomandano di:

  • evitare il soprappeso e svolgere un’attività fisica regolare;
  • ridurre l'apporto totale di grassi (inferiore al 30% dell’apporto energetico giornaliero) e in particolare degli acidi grassi saturi (meno del 10% dell’apporto calorico giornaliero);
  • aumentare l'apporto di fibre vegetali (almeno 15 grammi ogni 1000 Kcal).

Gli Standard italiani per la cura del diabete di tipo 2 insistono invece sull’importanza della dieta mediterranea quindi di un’alimentazione ricca di fibre provenienti da ortaggi, frutta, legumi e cereali non raffinati e povera di grassi di origine animale, molto efficace per una diminuzione ponderale a breve termine, così come le diete povere di grassi, calorie e carboidrati raffinati. Adottare sia un’alimentazione ipocalorica sia povera di grassi, oltre a un dimagrimento del 5% in 3 anni porta a una riduzione del 58% di nuovi casi nella popolazione a rischio. La comunità scientifica concorda sull’importanza della qualità e della quantità dei carboidrati nei diversi alimenti (espresse con Indice glicemico, IG, e carico glicemico, CG), perché influenzano in modo diverso la glicemia postprandiale.

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Tra i principali fattori di rischio delle patologie cardiovascolari e oncologiche, per l’obesità non si può parlare di una forte prevalenza di genere, tuttavia in uomini e donne sono molto diverse la distribuzione e le caratteristiche del tessuto adiposo: mentre le donne tendono ad accumularlo soprattutto a livello sottocutaneo, gli uomini sono più predisposti al tessuto adiposo addominale, che è correlato a un aumentato rischio cardiovascolare.

Confrontando due indagini dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare/Hes effettuate a 10 anni di distanza (1998-09 e 2008-12) sulla popolazione di età compresa tra i 35 e i 74 anni, quello che emerge è che è aumentato il valore medio dell’indice di massa corporea, passando da 27 a 28 Kg/m² negli uomini e da 26 a 27 Kg/m² nelle donne, così come la circonferenza vita, con una variazione da 95 a 96 cm negli uomini e da 85 a 86 cm nelle donne, e la prevalenza di adiposità addominale, che è passata dal 35,9% al 40,3% negli uomini e dal 22,5% al 26,6% nelle donne. Il tasso di obesità ha raggiunto circa il 25% in entrambi i generi. È evidente come una drastica modifica delle abitudini alimentari, sotto la guida di un professionista, unita a una regolare attività fisica, possa portare forti miglioramenti a questa condizione. La maggior parte delle società scientifiche che si occupano di obesità è consapevole però che tale stato è molto difficile da invertire, dal momento che l’unica vera arma contro l’obesità è in realtà la prevenzione e quindi è molto più efficace intervenire con campagne di comunicazione specifiche per tutte le fasce di età. Le linee guida sono comuni a quelle per la prevenzione cardiovascolare e oncologica, di cui l’obesità, come abbiamo detto, è un fattore di rischio importante.

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Si tratta di una patologia estremamente diffusa in Italia soprattutto nella popolazione maschile.

Più del 44% degli italiani soffre di reflusso gastroesofageo, con forti bruciori dovuti al ritorno di cibo e succhi gastrici dallo stomaco nell’esofago. Nella metà dei casi il disagio si presenta almeno 2 volte alla settimana.

Il reflusso gastroesofageo (GERD - GastroEsophageal Reflux Disease) è il disturbo che più spesso viene diagnosticato da un gastroenterologo, ma probabilmente anche da un medico di famiglia, visto che ne è affetto il 10-20% della popolazione occidentale.

Le nuove Linee guida dell'American college of Gastroenterology per la diagnosi e cura della malattia da reflusso gastroesofageo sono state recentemente pubblicate su Journal of Gastroenterology ed evidenziano l’importanza di una modifica nello stile di vita e nelle abitudini alimentari, visto in particolare il beneficio apportato dalla perdita di peso, dimostrato dalla letteratura più recente. Le linee guida inoltre sfatano alcuni luoghi comuni su alimenti che sarebbero ritenuti tra i responsabili di questi disturbi: caffeina, alimenti piccanti e agrumi, non sembrano avere alcun legame con l’insorgenza o la permanenza dei sintomi da riflusso gastroesofageo.

L’iperglicemia è un fattore di rischio associato ad un altro importante fattore di rischio, la steatosi epatica. Quando il fegato lavora troppo, le sue cellule si riempiono di trigliceridi fino a farlo pesare il 5% in più. In queste condizioni si parla di steatosi epatica o, più comunemente, di fegato grasso. Il fegato grasso compare più frequentemente nelle persone di 50-60 anni di età e/o con problemi di obesità. Studi di letteratura dimostrano come avere il fegato grasso comporti un aumento del rischio di soffrire di disturbi cardiovascolari. Nuovi risultati, inoltre, collegano strettamente il fegato grasso con il diabete e quindi chi ne soffre deve essere monitorato più accuratamente da medici e professionisti della nutrizione.

Spiegato in parole povere, è proprio un accumulo di grasso nelle cellule del fegato e colpisce circa il 25% della popolazione mondiale, per raggiungere il 70-90% dei pazienti obesi o con diabete mellito di tipo 2. Si presenta prevalentemente nella popolazione maschile, soprattutto tra i 40 e i 60 anni, con meno frequenza nei più anziani. Non sono ancora del tutto note le cause, ma le ricerche vanno sempre più nella direzione di un’associazione tra questa patologia e una dieta squilibrata, troppo calorica, troppo grassa, oltre a una vita eccessivamente sedentaria. Il corpo recepisce meno l'effetto regolatore dell’insulina e l’energia in eccesso si trasforma in un eccesso di grasso addominale, particolarmente pericoloso per l’equilibrio metabolico. Tra le altre condizioni legate all’insorgenza del fegato grasso anche l’anemia, squilibri ormonali, carenza di vitamina B12, deficit di carnitina, perdita di peso molto veloce o sforzi fisici eccessivi. Chi soffre di fegato grasso in genere ha sviluppato anche insulino-resistenza. Non si tratta di una vera e propria malattia, ma è un fattore di rischio importante per patologie cardiovascolari e diabete.

È generalmente asintomatico e quasi tutti coloro che ne soffrono lo scoprono casualmente con un’ecografia all’addome, spesso effettuata per altri motivi. Per questo sono fondamentali i controlli periodici, in modo da evitare che la steatosi evolva silenziosamente per anni e si verifichino danni permanenti al fegato: il 10% dei casi degenera in steato-epatite, caratterizzata da infiammazione e rischio di cirrosi.

Il fegato grasso, però, si può prevenire adottando un’alimentazione povera di grassi saturi e ricca di frutta e verdura, mangiando pesce più volte alla settimana e bevendo pochi alcolici, oltre che svolgendo un po’ di attività fisica.

Le stesse indicazioni valgono anche quando la patologia è ormai presente, dal momento che manca a oggi un trattamento farmacologico specifico.

Secondo la recente pubblicazione “I numeri del cancro in italia 2020”, i tumori che con maggiore frequenza colpiscono gli uomini sono il carcinoma della prostata (22%), del polmone (14%), del colon-retto (12%) e della vescica (9%), percentuale sul totale dei tumori incidenti stimati per il 2020.

L’unico strumento con cui autonomamente è possibile abbassare il rischio è, al momento, un corretto stile di vita con particolare attenzione all’alimentazione: per questo, le società scientifiche mettono in risalto comportamenti a tavola che possono aumentare il rischio di incidenza di alcune tipologie di tumori:

  • carne rossa e carne conservata: secondo la IARC, consumare quotidianamente una porzione di carne conservata (50 grammi) aumenta del 18% in media il rischio di ammalarsi di tumore del colon-retto, mentre una porzione di carni rosse (100 grammi) lo aumenta del 17%.
  • sale (alimenti conservati con sale): il Fondo mondiale per la ricerca sul cancro (WCRF) ha riscontrato un’evidenza probabile tra consumo di sale e aumento del rischio del tumore allo stomaco, dal momento che il sale può ledere la mucosa dello stomaco, che quindi va più probabilmente incontro a infiammazione e atrofia, aumentando il rischio di colonizzazione di Helicobacter pylori, il fattore di rischio principale per il tumore gastrico. Non sono dunque singoli alimenti ad aumentare il rischio, ma in questo caso la loro modalità di conservazione.
  • alcol: In Europa, dopo il fumo e l’ipertensione, il consumo eccessivo di alcol è al terzo posto tra le cause di malattia e morte prematura. Il nesso tra consumo di alcol e tumori è, secondo la IARC, più stretto nei forti consumatori abituali. Il rischio è associato ai tumori del tratto aereo superiore (25-44%), del fegato (18-33%) e del colon-retto (4-17%).
  • obesità: Tra tutti i tumori che in Europa colpiscono gli uomini, il 3,2% può essere attribuito al peso in eccesso.

Molti dei tumori che colpiscono gli uomini potrebbero essere evitati grazie a modifiche nella dieta e nello stile di vita. Sono ormai migliaia gli studi che hanno dimostrato il collegamento tra quello che mangiamo e l’insorgenza e l’evoluzione dei tumori, tanto che il Codice Europeo contro il cancro parla di alimentazione in tre raccomandazioni su sei: moderare il consumo di alcolici, aumentare il consumo di frutta, verdura e cereali a elevato contenuto di fibra e evitare il sovrappeso riducendo il consumo di alimenti ad alto contenuto energetico.

Il Fondo mondiale per la ricerca sul cancro (WCRF) ha riassunto in dieci punti le conclusioni dei numerosissimi studi in merito alla riduzione del rischio oncologico attuabile a tavola, di seguito un adattamento:

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