Nutrigenomica, il dialogo tra cibo e DNA: un nuovo strumento per rallentare l’invecchiamento?

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La vita media è quasi raddoppiata negli ultimi 150 anni: solo negli ultimi 25 abbiamo guadagnato 10 anni di vita. Ciò è straordinario, e lo dobbiamo ai progressi della ricerca biomedica. C’è però un rovescio della medaglia. L’allungamento della vita ha determinato l’invecchiamento progressivo della popolazione, e, conseguentemente, l’aumento delle malattie associate all’invecchiamento (tumori, diabete, malattie cardiovascolari e neurodegenerative).

La medicina sta facendo progressi notevoli anche nella cura di queste malattie, la cui mortalità sta infatti diminuendo, ma ciò non riesce a compensare il loro aumento, con la conseguenza che la popolazione malata cresce rispetto a quella sana.

I paesi più avanzati hanno messo l’invecchiamento della popolazione ai primi posti delle proprie agende con due grandi obiettivi: ridurre l’incidenza e la gravità delle malattie legate ad esso, in modo da garantire una vecchiaia il più libera possibile da patologie; posticipare l’inizio dell’invecchiamento biologico, per ridurre la fase della vita ad alto rischio di malattia.

Il primo obiettivo si può ottenere già oggi, mediante la prevenzione soprattutto attraverso lo stile di vita, il secondo è affidato alla ricerca scientifica, che sta disegnando un futuro che è già iniziato.

La ricerca sulle relazioni tra invecchiamento, malattie ad esso correlate e alimentazione sta attraversando un momento straordinario.

Negli ultimi venti anni si è appreso che:

  • non invecchiamo per l’usura del tempo, ma come conseguenza dell’attività di una trentina di geni (geni dell’invecchiamento);
  • l’attività di questi geni e il processo dell’invecchiamento da essi controllato possono essere influenzati sia dal nostro patrimonio genetico (come succede nei centenari), che dall’ambiente, come è il caso dell’alimentazione o dell’esercizio fisico;
  • che i geni dell’invecchiamento possono essere influenzati da specifiche molecole, contenute in alcuni alimenti, principalmente vegetali;
  • che gli stessi geni che controllano questo processo giocano un ruolo determinante nello sviluppo delle malattie dell’invecchiamento.

Queste conoscenze, che sono ormai confermate da centinaia di laboratori nel mondo, aprono prospettive incredibili. La più vistosa è sicuramente quella di poter “misurare”, in ogni persona, l’effetto sul DNA dei cibi e delle sostanze in essi contenute (una disciplina che si chiama nutrigenomica), e quindi disegnare, per ogni persona, il percorso alimentare più idoneo per la propria salute. In termini globali, queste conoscenze potrebbero aiutarci a rallentare o posticipare il processo dell’invecchiamento.

Esistono, infatti, alcuni cibi che contengono molecole capaci di modulare l’attività dei geni di questo fenomeno, e quindi, potenzialmente, in grado di posticipare l’invecchiamento biologico.

Allo IEO -Istituto Europeo di Oncologia di Milano- li abbiamo chiamati Smartfood (cibi intelligenti) e li stiamo studiando attivamente, come decine di altri istituti nel mondo.

C’è ancora tantissimo da imparare (come funzionano, quanti ne servono per essere efficaci, per quanto tempo dobbiamo assumerli e così via). Pertanto, in futuro, la nutrigenomica, scienza finalizzata a comprendere le interazioni nutrienti-genoma, consentirà di sviluppare percorsi alimentari personalizzati, migliorare le raccomandazioni che riguardano lo stile di vita e definire le strategie innovative di sviluppo della scienza della nutrizione.

Articolo del team Smartfood per la rivista dei Soci Coop Lombardia

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