Intolleranza al lattosio: cos’è?

L’intolleranza al lattosio è una condizione che si manifesta con sintomi a livello intestinale, in seguito all’ingestione di alimenti che contengono lattosio, in soggetti che presentano una mancata produzione dell’enzima lattasi, deputato alla digestione del lattosio.

Milk

È una delle più comuni forme di intolleranze alimentari, una metanalisi recente stima che la prevalenza dell’intolleranza al lattosio, a livello globale, sia pari al 68%. I tassi di prevalenza sono più bassi nei paesi del nord Europa e raggiungono picchi nei paesi asiatici ed in Africa.

Attenzione a non confondere l’intolleranza al lattosio con l’allergia alle proteine del latte vaccino. Mentre l’intolleranza al lattosio è una condizione che si manifesta per la carenza di un enzima che digerisce il lattosio, l’allergia alle proteine del latte vaccino è una reazione mediata dal sistema immunitario, nei confronti delle proteine del latte vaccino.

Il lattosio è uno zucchero, un carboidrato semplice, nello specifico si tratta di un disaccaride ossia una molecola formata da due monosaccaridi: il galattosio e il glucosio.

Il lattosio, come intuibile, si trova principalmente nel latte e nei suoi derivati: yogurt, burro, panna, formaggi, specie quelli freschi, gelati, creme a base di latte. Ma non solo! Il lattosio può essere aggiunto come additivo in diverse preparazioni alimentari, allo scopo di migliorarne la consistenza o il sapore, come: insaccati, salse, margarine, prodotti da forno e piatti pronti in generale.

Il Lattosio in alcuni alimenti: la tabella

Alimento

Lattosio (g) per 100 g

Latte di mucca intero

4,7

Latte di mucca scremato

4,8

Latte privo di lattosio (delattosato)

<0,1

Latte di capra

4,5

Yogurt

3,0

Panna

3,6

Gelato

6,4

Formaggio fresco spalmabile

3,0

Formaggio a pasta dura (tipo Cheddar e Gruyère)

0,3

Tratta da: Misselwitz B, et al, Gut 2019

Rispetto al latte, i derivati come yogurt e formaggi, in base al processo di trasformazione, possono avere un minore contenuto di lattosio. Nello yogurt, i batteri che operano la fermentazione possono digerire fino al 50% del lattosio contenuto nel latte di partenza. Sono sempre i batteri che intervengono invece nella maturazione dei formaggi, che causano una riduzione del contenuto di lattosio. Infatti, maggiore è la stagionatura, minore, o addirittura assente, è il quantitativo di lattosio.

La digestione del lattosio richiede l’azione di un enzima specifico: la lattasi. Si tratta di una ß-galattosidasi, un enzima che “taglia” il legame tra le due molecole che compongono il lattosio, ossia il glucosio e il galattosio. Questa reazione avviene nell’intestino tenue, precisamente nel tratto detto “digiuno”. Dopo l’azione della lattasi, il glucosio e il galattosio vengono rapidamente assorbiti dalle cellule intestinali ed utilizzati per i vari scopi dell’organismo.

In caso di mancanza o carenza della lattasi, il lattosio non viene digerito propriamente e non può essere assorbito a livello cellulare, perché non correttamente scomposto. Quindi, rimanendo intatto nell’intestino, i batteri che lo popolano, tramite un processo di fermentazione, lo trasformano in gas e acidi grassi a corta catena, che sono la causa di sintomi intestinali quali gonfiore, dolore addominale e diarrea, dovuta al richiamo di acqua nell’intestino.

Digestione Del Lattosio

L’intolleranza al lattosio è una condizione che dipende dalla carenza o mancanza di lattasi, l’enzima che lo digerisce. Questa può essere dovuta a:

  • Deficienza congenita di lattasi (alactasia): condizione estremamente rara in cui il gene che codifica per la lattasi è difettoso e ciò ne impedisce la produzione. Si manifesta, quindi, nel neonato dopo allattamento al seno o con latte artificiale contenente lattosio.
  • Deficienza primaria di lattasi (ipolactasia degli adulti): è causata dalla non persistenza della lattasi, ossia dalla mancata espressione, a livello intestinale, di lattasi dopo l’infanzia.
  • Deficienza secondaria di lattasi (ipolactasia secondaria): la mancata produzione di lattasi nell’intestino è data da altre condizioni cliniche che possono colpire il tratto intestinale come la celiachia, le malattie infiammatorie croniche intestinali, la malnutrizione severa e alcuni trattamenti farmacologici.

L’ipolactasia, la deficienza primaria di lattasi, è la condizione più frequente nella popolazione ed ha interessanti risvolti dal punto di vista evoluzionistico. L’espressione della lattasi, ossia la sua produzione da parte del gene che la codifica, nell’uomo è un meccanismo programmato per variare in base all’età. Dall’ottava settimana di gestazione la lattasi è presente sulle membrane dell’intestino e la sua attività raggiunge il picco con la nascita, ma già dopo alcuni mesi di vita del neonato inizia a decrescere fino ad esaurirsi tra i 2 e i 5 anni. Questo meccanismo avviene naturalmente nei mammiferi, ma nell’uomo una parte considerevole della popolazione ha continuato a mantenere inusualmente l’espressione della lattasi (persistenza della lattasi) anche durante la vita adulta, a seguito di particolari mutazioni a carico del gene della lattasi.

Si ritiene che questo adattamento sia stato causato dall’addomesticamento del bestiame, per l’approvvigionamento di latte e la produzione dei suoi derivati, e la contemporanea evoluzione del microbiota intestinale, che si è popolato di batteri lattici capaci di fermentare, quindi scomporre, il lattosio e di trasformarlo in acido lattico.  Le mutazioni che hanno consentito il “meccanismo evolutivo” della persistenza della lattasi sono state, quindi, trasmesse in modo differente nelle diverse popolazioni del pianeta. Si osserva, infatti, una distribuzione dell’intolleranza al lattosio molto variabile su scala globale, con popolazioni che si sono adattate a questo “meccanismo evolutivo” come quelle del nord Europa (paesi scandinavi e Gran Bretagna), che hanno bassissime percentuali di intolleranza al lattosio, ed altre invece che non hanno acquisito questa capacità, in particolare le popolazioni asiatiche ed africane in cui si può arrivare addirittura a percentuali di intolleranza di anche più del 90%. In Italia si ritiene che la non persistenza della lattasi, ossia la riduzione della sua espressione nell’intestino, sia comune nel 56% degli individui. Sebbene la frequenza di questa caratteristica nella popolazione sia abbastanza elevata, bisogna comunque precisare che da un punto di vista funzionale, per un’adeguata digestione del lattosio, la presenza di almeno il 50% della normale attività della lattasi è sufficiente, grazie al supporto della digestione ad opera dei batteri intestinali. Si può infatti assistere, in risposta all’introduzione continua di lattosio, ad un adattamento della flora batterica intestinale, per cui viene favorito il proliferarsi di batteri che hanno la capacità di digerire il lattosio tramite la produzione di enzimi del tipo ß-galattosidasi.

La soglia di intolleranza al lattosio varia significativamente tra i soggetti ed è dipendente da diversi fattori, tra cui:

  • la quantità di lattosio consumata;
  • l’espressione residua di lattasi;
  • la matrice alimentare (la presenza di altri componenti/nutrienti nell’alimento);
  • il tempo di transito intestinale;
  • la composizione del microbiota intestinale.

I sintomi dell’intolleranza al lattosio, sia negli adulti sia nei bambini, possono essere molto variabili in base alla sensibilità di ciascun soggetto.

I sintomi più comuni sono di pertinenza intestinale come:

  • dolore addominale
  • distensione addominale
  • borborigmi (rumori addominali prodotti durante l'attività gastrica ed intestinale).

Spesso si possono presentare anche diarrea, nausea, vomito e, in una minore percentuale di persone, anche costipazione.

Meno comuni, ma spesso riportati dagli intolleranti al lattosio, anche sintomi extra-intestinali, come mal di testa, fatica a concentrarsi, dolori muscolari o articolari.

Il test del respiro o breath test (da hydrogen breath test), è la metodica di scelta per avere una diagnosi di intolleranza al lattosio, in quanto consente di ottenere informazioni ragionevolmente affidabili sulla funzione digestiva e sui sintomi del paziente.

Il test è basato sulla misurazione della quantità di idrogeno espirata dopo l’ingestione di una dose standard di lattosio. Il lattosio non assorbito nell’intestino è fermentato dalla microflora intestinale, che determina produzione di gas, tra cui idrogeno, che è in parte escreto attraverso i polmoni. Il test è positivo quando i livelli di idrogeno rilevati nel respiro alla fine del test, superano quelli iniziali (prima dell’ingestione di lattosio) e risultano oltre la soglia stabilita di 20 ppm (parti per milione). Contemporaneamente ai livelli di idrogeno è possibile monitorare i sintomi, solo chi riporta fastidi addominali, in seguito all’aumento dei livelli di idrogeno nel respiro, è definibile “intollerante al lattosio”.

Oltre al test del respiro è disponibile anche un test genetico per individuare la predisposizione all’intolleranza al lattosio. Il test indaga la presenza delle mutazioni genetiche che determinano la non persistenza della lattasi, ossia la sua mancata produzione nell’intestino. Tutto ciò che deve fare il paziente è fornire un campione biologico o di saliva o di sangue venoso. È più rapido e meno fastidioso del breath test ma ha costi più elevati. Il test genetico permette di distinguere tra l’intolleranza primaria (ipolactasia dell’adulto) e l’intolleranza secondaria, causata da altre patologie che danneggiano la mucosa intestinale. L’esito del test genetico va interpretato ed inquadrato in base alla sintomatologia e alla storia clinica del soggetto. Infatti, un test positivo non conferma se i sintomi sono effettivamente determinati da questa condizione. Solo con il test del respiro è possibile verificare anche la presenza dei sintomi.

La terapia per l’intolleranza al lattosio consiste semplicemente in una riduzione o eliminazione del lattosio dalla dieta, che porterà alla scomparsa dei sintomi. Una dieta rigorosamente senza lattosio non è sempre necessaria, alcuni soggetti, infatti, possono tollerare piccole quantità di lattosio senza avere sintomi, questa quota si ritiene possa corrispondere, per alcuni, a 12 g di lattosio, l’equivalente di 250 ml di latte.

I derivati del latte senza lattosio sono ampiamente disponibili e considerati sicuri. Il sapore leggermente più dolce, rispetto al latte non delattosato, è dovuto all’azione degli enzimi che scindono il lattosio nei monosaccaridi galattosio e glucosio, cosa che porta a percepire maggiormente il gusto dolce. Il quantitativo di zuccheri totali, però, rimane identico!

Infine, nonostante la produzione della lattasi non sia stimolata dal consumo di lattosio, è stato riportato, in letteratura scientifica, che l’assunzione regolare di alimenti contenti anche piccole quantità di lattosio, possa migliorarne la tolleranza attraverso l’adattamento della flora batterica intestinale.

Consigli smart per l’alimentazione di chi è intollerante al lattosio

Latte e derivati sono importanti fonti di nutrienti, principalmente proteine e calcio. Tuttavia, questi nutrienti possono essere assunti anche da altre fonti alimentari.

  • Le migliori fonti alimentari di calcio, oltre ai latticini, sono soprattutto i cavolfiori e tutti i tipi di cavolo, le verdure a foglia, le mandorle, i semi di sesamo, i cereali integrali, i legumi. Non va, inoltre, sottovalutato l’apporto di calcio dall’acqua.
  • Tra le alternative a latte e yogurt, oltre alle versioni delattosate o senza lattosio, si può optare per le bevande vegetali e gli yogurt vegetali a base di soia che costituiscono la migliore sostituzione come fonti proteiche, hanno infatti un quantitativo di proteine pressoché identico a latte e yogurt vaccini. Quando si acquistano questi prodotti è bene verificare in etichetta che non siano presenti zuccheri aggiunti, meglio optare per le versioni “al naturale”, al posto di quelle aromatizzate. Le bevande di avena, riso, mandorla, rispetto al contenuto di proteine, purtroppo non reggono il confronto con il latte vaccino. Possono certamente essere consumate a colazione ma bisogna ricordarsi di assumere anche una fonte proteica, come frutta secca in guscio, yogurt e formaggi magri delattosati o anche, meno frequentemente, le uova.
  • Per il pranzo e la cena non si pongono grossi problemi, da 1 a 3 volte a settimana, si possono consumare formaggi delattosati freschi e magri come mozzarella, ricotta e crescenza, solitamente sempre più disponibili nei supermercati. Nei formaggi stagionati come il parmigiano o il grana, molto del lattosio viene perso durante la stagionatura, si può scegliere, quindi, di consumarli nella porzione indicata di 50 g, meglio non più di una volta a settimana, visto l’alto contenuto di sale e grassi saturi di questi alimenti. In alternativa, è possibile sostituire una o più delle frequenze settimanali di formaggi con legumi o pesce.


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